Perche´uno scrive le sue memorie?
Forse perche´lo spazio e il tempo che sono stati suoi per un tempo piu´o meno limitato non vengano inghiottiti nel vuoto del passato, forse per lasciare un´impronta, quella che non ha lasciato il nome perche´non legato ad avvenimenti straordinari.
Una donna qualunque che ha vissuto una vita qualunque l´ha fatto per influenzare quei pochi che sono vissuti con lei, il cui spazio e il cui tempo si sono intrecciati col suo.
Quando si scrivono le memorie?
Quando si sente il bisogno e la voglia di trasmettere qualcosa.
L´essere umano fin dal primo vagito cerca di comunicare, la fame, il disagio, il bisogno di essere accudito.
Perche´capisce immediatamente di essere in un mondo in cui non e´solo, in cui il modo per comunicare e´la sua voce, i suoi occhi, i suoi gesti.
Comunicare e´la nostra gioia e la nostra disperazione.
Comunicare e´riflettere se stessi negli altri, invitarli nel nostro mondo, entrare nel loro.
La mia storia inizia prima ancora che io mi rendessi conto di essere.
Quando?
Quando ho emesso il primo vagito o quando mi sono accorta di esistere?O quando mi ricordo di essermi accorta di esistere?
I miei primi anni sono una sequela imprecisa di momenti che non mi ricordo in ordine cronologico.
Mi ricordo suoni, profumi, odori, sguardi, voci.
Non so quale viene prima o quale dopo.
Sono immagini, alcune confuse, alcune chiare, che mi tornano in mente quando sento un suono, una musica, o un odore o una voce.
Come l´odore dei fiori di tiglio, l´intenso, dolce profumo che si sente in estate soprattutto la sera.
Mi chiude lo stomaco, mi fa pensare, mi riempe la mente di dolci ricordi, di quando le sere d´estate ci siedevamo sui vecchi divani e poltrone di vimini verdi, sotto il grande albero di tiglio, con mio nonno che raccontava dei tempi passati, degli amici, dei parenti, delle sorelle, dei fratelli, di una vita che a me sembrava cosi´lontana perche´cosi´diversa.
Mio nonno era un uomo felice, sempre allegro, con la battuta pronta e la voglia di vivere.
Poi mi ricordo di lui, al funerale della ultima sorella, che piangeva e diceva: il prossimo saro´io.
Erano morti tutti, ed erano tanti, dieci fratelli e sorelle, con le rispettive consorti.
Lui non piangeva per loro, piangeva per lui.
Vorrei morire, mi diceva, perche´dalla vita non mi aspetto piu´nulla, ma il cuore si ribella.
La sua Maria era morta, lui avrebbe voluto seguirla, ma la vita, la vita era ancora troppo importante.
Piangeva quando si svegliava di notte e si sentiva solo, ma al mattino era un giorno nuovo, un giorno da vivere e poi qualcosa sara´.
Aveva rischiato di morire travolto da una valanga e quando lo raccontava piangeva.
Era in guerra, la grande guerra, in Trentino, ed erano in marcia e lui pregava la Madonna che lo facesse tornarre a casa, perche´voleva rivedere la sua Maria e i suoi figli.
Il suo vicino rideva, lo prendeva in giro, un uomo "cresciuto" che credeva ancora alla madonna.
Poi improvvisamente si e´sentito stringere, sempre di piu´fino al punto di non poter piu´respirare. Dice di aver visto la Madonna.
Io non so se fosse vero o se se lo fosse immaginato, ma fu l´unico a svegliarsi di fronte al fuoco, l´unico salvato, l´unico a tornare a casa...
Poi mi ricordo di mia nonna, lei rideva poco, ma mi voleva tanto bene.
Mi diceva, quando dovevo nascere, aveva gia´quattro nipoti maschi e pregava: fa che sia una bambina...se poi ha i riccioli e´anche meglio.
Ero una bambina, senza riccioli, anzi coi capelli drittissimi e anche fini, ma faceva lo stesso.
Ero finalmente una nipotina da poter viziare e coccolare.
Mi ricordo di Pratavecchia, dove vivevano i miei nonni e mi ricordo della Maestra, di Lauretto e del Ragioniere.
La Maestra era la mamma di Lauretto che aveva piu´o meno la mia eta´(forse qualche anno in meno), lei aveva una Vespa e con la vespa io di fronte, lei ovviamente alla guida e Lauretto sul sedile posteriore, andavamo a Dronero a fare spese.
Pochi chilometri, ma era un´avventura.
Lei aveva tantissime sorelle (quattro, cinque non mi ricordo)e ci fermavamo a salutarle. Baci carezze, caramelle.Per me il viaggio in vespa a Dronero era uno dei divertimenti piu´importanti del mio soggiorno a Pratavecchia.
Il ragioniere, suo marito era rappresentante dei mangimi Sempione e aveva un sacco di matite, notes, carta e altre cose per pubblicizzare i mangimi...
La maestra aveva vestiti appariscenti, con colori sgargianti, camicette di chiffon.
Aveva l´eta´di mia madre, ma si vestiva alla "moda" o perlomeno quello che a me sembrava alla moda.
Lauretto era viziato, figlio di genitori piu´vecchi della norma, mi ricordo che in Pratavecchia si mormorava che fosse un po´pazzo, ma a me piaceva, cantava "Con 24000 baci" e si buttava per terra alla fine...qualcosa che io non potevo fare, ma era una trasgressione che ammiravo...
I ricordi, forse sarebbe bello non averne o non riviverli o dimenticare tutto, svegliarsi al mattino e non ricordarsi nulla, ricominciare da capo. Rivivere ogni giorno come se non ce ne fossero stati altri, dal mattino alla sera e poi addormentarsi e ricominciare. Il pesce rosso o un altra specie, non mi ricordo, ha una memoria brevissim, prima di aver finito il giro nelle boccia di vetro ha gia´dimenticato tutto, un viaggio non finisce neppure che e´gia´ora di ricominciare. E´vero che non si farebbe mai nulla, non si imparerebbe nulla, non si migliorerebbe (o peggiorerebbe) niente. Si vivrebbe, si respirerebbe si mangerebbe per sopravvivere e la nascita o la morte sarebbero un momento unico, si nasce, si vive, si muore, senza capirlo. La morte, quella che ci spaventa tanto, arriverebbe e sarebbe la fine, senza neppure rendersene conto. Forse la vita del pesce rosso o di chiunque non pensa, non prevede, non sente, non programma, non si dispiace, non ama, non odia, colui che vive fuori ...
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